domenica, 13 giugno 2010
«Alleva meno bambini e più maiali»
Autore: Amato, Gianfranco
Marie Stopes International e lo jihua shengyu del governo comunista cinese.
Per capire di più su chi siano questi signori che amano ispirarsi al razzismo eugenetico di Marie Stopes, è sufficiente dare un’occhiata al sito ufficiale della fondazione.
Sono rimasto letteralmente basito, infatti, quando ho scoperto che i seguaci della paleobotanica di Edimburgo, foraggiati dal governo britannico a fior di milioni di sterline, hanno una prestigiosa ed elegante sede a Pechino, presso il quartiere Chao Yuan, al n.172 della Bei Yuan Road.
Sono già cinque le cliniche di MSI che si vantano di avere come “major partner”, strutture pubbliche cinesi, tra cui le Commissioni della Pianificazione Demografica dello Jiangsu, dello Xian, dello Henan, nonché il Centro Distrettuale per il Controllo delle Malattie di Qingdao Shinan, l’Ufficio Sanitario della città di Baoshan, l’Ufficio Provinciale per l’Educazione e la Prevenzione dell’Aids del Guangxi, e l’Ufficio Provinciale per il Problema dell’HIV dello Yunnan. I programmi futuri di MSI prevedono, tra l’altro, l’apertura di tre nuove cliniche nel Dongsuan e nello Zhengzhou, la consulenza alle cliniche gestite dalla Commissione della Pianificazione Demografica del Guizhou, e l’organizzazione di corsi di educazione sessuale nelle scuole per bambini di lavoratori immigrati nella città di Pechino.
Quale sia il core business di Marie Stopes International in quello che fu in Celeste Impero è presto detto: jihua shengyu, ovvero programma di pianificazione delle nascite. MSI nel suo sito traduce il termine cinese con “family planning”, ma è mera mistificazione. In Cina è lo Stato che pianifica le nascite e non le famiglie. E lo jihua shengyu in quel Paese ha un suono sinistro perché è sinonimo di sterilizzazione e aborto forzati.
Mentre Amnesty International denuncia al mondo civilizzato gli orrori della politica demografica cinese e le relative violazioni dei diritti dell’uomo, Marie Stopes International si vanta di essere la prima ONG presente in Cina per cooperare con il governo comunista alla piena realizzazione della sua disumana politica demografica. Mentre dal 1998 una legge degli Stati Uniti, promossa grazie all’iniziativa del deputato repubblicano Chris Smith, vieta l’ingresso negli USA ai funzionari del partito comunista cinese addetti alla pianificazione delle nascite, in quanto persone non gradite, Marie Stopes International li annovera fra i suoi “major partner”. Mentre quella stessa legge statunitense prevede permessi speciali di asilo politico per le vittime degli aborti e delle sterilizzazioni forzate, Marie Stopes International si pregia di essere coprotagonista di quelle aberrazioni eugenetiche. In piena sintonia, peraltro, con lo spirito della fondatrice.
Non c’è abbastanza spazio per descrivere le atrocità della politica demografica cinese. A chi voglia approfondire il tema consiglio caldamente il libro intitolato Strage di Innocenti, scritto da un grande uomo, Harry Wu, che ho avuto l’onore ed il piacere di incontrare personalmente durante la scorsa edizione del Meeting ciellino di Rimini.
Il titolo originale del libro è Better Ten Graves Than One extra Birth (Meglio dieci tombe che una nascita fuori piano), uno degli slogan in voga nella provincia di Henan, la cui Commissione per la Pianificazione Demografica è considerata, con vanto, da Marie Stopes International una “major partner”. Del resto, non abbiamo dubbi sul fatto che la stessa MSI concordi, in linea di principio, con gli altri slogan governativi del tipo «Alleva meno bambini e più maiali», «Un altro bambino significa un’altra tomba», e amenità simili.
L’ultimissima atrocità è stata denunciata dal londinese Times lo scorso 17 aprile con un articolo di Jane Macartney intitolato «La Cina tenta di sterilizzare 10.000 genitori in virtù della legge sul figlio unico».
Lo scenario descritto in quell’articolo è impressionante.
Alcuni medici nel sud della Cina hanno lavorato giorno e notte per soddisfare l’obiettivo del governo di sterilizzare - con la forza se necessario - quasi 10 mila uomini e donne che avevano violato le politiche di controllo delle nascite. Le autorità addette alla pianificazione delle nascite sono arrivate al punto di fermare le coppie che avevano messo al mondo più figli rispetto a quanto previsto dalla legge, e a trattenere i familiari di coloro che resistevano alla sterilizzazione. Circa 1.300 persone sono state rinchiuse in spazi angusti nella città di Puning, nella provincia del Guangdong, mentre i funzionari locali hanno fatto pressioni sulle coppie che avevano avuto figli illegali, per costringerli a sottoporsi al processo di pianificazione demografica. La campagna è durata 20 giorni, nei quali si è proceduto alla sterilizzazione di 9.559 persone nella sola Puning. Per avere un’idea di cosa sia successo, il Times racconta di un medico del villaggio di Daba che, assistito dal proprio team, è stato costretto ad operare, quotidianamente ed a pieno regime, a partire dalle 8 del mattino fino alle 4 del mattino del giorno successivo.
Lizhao Zhang, trentottenne, padre di due figli di età compresa tra 6 e 4 anni, ha raccontato di essersi precipitato a casa per sottoporsi alla sterilizzazione verso tarda notte, dopo un giro d’acquisti di nespole per la sua impresa di frutta all’ingrosso, e di aver saputo che il proprio fratello maggiore era stato trattenuto dalle forze dell’ordine. Sua moglie si era già presentata ai poliziotti per consentire che il fratello venisse liberato. Zhang ha raccontato: «Mia moglie mi ha chiamato e mi ha detto che la stavano costringendo a farci sterilizzare oggi. Ha supplicato la clinica di attendere perché aveva il ciclo mestruale, ma le hanno riferito che non avrebbero aspettato un solo giorno. Ho chiamato e chiesto loro di pazientare, ma hanno replicato con un secco no. Così mi sono affrettato a tornare. Sono fortunato perché ho due figli».
Migliaia di altri sfortunati cittadini di Puning hanno rifiutato di presentarsi e i funzionari hanno continuato a tenere in ostaggio i loro parenti, compresi i genitori anziani, per costringere i riluttanti a sottoporsi ad intervento chirurgico. Gli ostaggi, tra l’altro, sono stati obbligati ad ascoltare le lezioni sullo jihua shengyu e sulla normativa in materia di pianificazione demografica. Lo scorso 10 aprile il quotidiano cinese The Southern Countryside Daily ha riferito che circa 100 persone, per lo più anziani, sono state trattenute in un locale malsano non più grande di 200 metri quadri. Il giornale ha così descritto la scena: «C’erano alcune stuoie sul pavimento, ma l’ambiente era troppo piccolo per tutte le persone e non vi era sufficiente spazio per sdraiarsi e dormire, così i giovani hanno dovuto stare in piedi o accovacciati. A causa della mancanza di coperte, molti si rannicchiavano per combattere il freddo». Tra queste persone trattenute vi era il padre sessantottenne di Ruifeng Huang, che ha tre figlie e che si era rifiutato di presentarsi per la sterilizzazione obbligatoria.
Un funzionario dell’Ufficio di Pianificazione demografica di Puning, che si è coperto dietro l’anonimato, ha riferito al Times: «Non è raro che l’autorità della pianificazione demografica adotti alcune tattiche dure». A volte si utilizzano anche altri metodi dissuasivi. Per esempio, le coppie con figli illegali ed i loro parenti che richiedono i permessi per costruire una casa vedono le loro pratiche respinte, mentre per i figli illegali è prevista la mancata registrazione all’anagrafe, con la conseguente perdita del diritto all'assistenza sanitaria e all'istruzione. Le autorità sul controllo demografico – quelle con cui Marie Stopes International si vanta di collaborare - hanno scoperto, tuttavia, che tali metodi dissuasivi sono assai meno efficaci del sequestro dei parenti.
Ecco, questo è il contesto in cui meglio opera, a proprio agio, Marie Stopes International.
Un’organizzazione che riceve contributi dall’erario britannico, la quale ha realizzato uno spot pubblicitario pro-aborto con fondi dell’erario britannico, e che ha utilizzato per tale reclame una rete televisiva sovvenzionata dall’erario britannico.
Se fossi un contribuente di Sua Maestà avrei certamente qualcosa da ridire.
Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
14:37
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mercoledì, 12 maggio 2010
Icone del bene - icone del male
Sono giorni drammatici: quello che accade, sia per la responsabilità dell’uomo, sia per l’agire della natura, sembra rendere la vita in qualche modo più instabile. Le notizie – da qualunque fonte provengano – non ci lasciano tranquilli. Dalla crisi economica (dove quanto accade sembra rispondere ad una occulta regia) alle catastrofi della natura violata (le cui conseguenze comunque sembra che dobbiamo pagarle solo noi, mai i veri responsabili); dall’odio anticristiano ai comportamenti immorali da cui neppure alcuni vescovi vanno esenti. Ma la serie di tragedie morali ed umane non sembra mai finire (mi rimangono davanti agli occhi il caso di quel neonato abortito lasciato morire – in ospedale – di una lunga agonia, e di quel bambino appena nato lanciato dalla madre dalla finestra, per nascondere la relazione adulterina da lei vissuta). E tutto questo sembra non generare una riscossa di cambiamento, almeno a guardare alcuni mezzi di comunicazione sociale.
Sembra che le «icone del male» abbiano purtroppo il sopravvento, e che la speranza sia destinata a morire, o ad essere relegata ad una nostalgia impotente. Peggio ancora, sembra che si voglia dare spazio al male individuando nel passato cristiano non la radice di un bene, di una vera civiltà, ma la ragione di quanto di negativo succede. E alcuni siti sembra proprio che sappiano comunicare solo questo disprezzo per il cristianesimo, per la sua storia, per la Chiesa (questa neppure nominata, se non come sigla).
Noi siamo forti delle «icone del bene» e in tutti i modi vogliamo dare voce a quanto, sia nel presente che nel passato, possa contribuire a ridare energia all’uomo e al suo cuore ferito.
Tra noi avranno sempre spazio le testimonianze di chi «vince il male con il bene», come ricordava san Paolo. Di chi non si arrende di fronte allo sfascio generale. Di chi sceglie di essere testimonial della vita piuttosto che della morte. E non smetteremo neppure di chiamare male il male, ancorché non «politically correct».
Così, di fronte a chi esalta la scelta di Beppino Englaro di dare la morte alla figlia come atto di rispetto della libertà, ricorderemo l’eroismo di Lucrezia ed Ernesto Tresoldi, che hanno permesso al figlio Massimiliano di ricominciare a vivere (e ringrazieremo per nome chi ci ha fatto conoscere questa storia, sia Fabio Cavallari, su Tempi, sia Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola con il libro dell’Ancora-Avvenire).
E di fronte a chi ci presenta la figura di Ipazia come segno, come icona della “Chiesa contro la donna e la scienza”, continueremo a ricordare la grande Ildegarda di Bingen (che i tanti professori di storia si accaniscono a dimenticare): medico, filosofo, badessa, scienziata, artista, naturalista, poetessa e musicista…
E a chi vuole farci pensare alla Chiesa cattolica come la multinazionale del vizio, continueremo ad indicare i tanti sacerdoti educatori che hanno saputo fare crescere centinaia di giovani nel gusto della vita, nel culto della verità, nella capacità di servizio. Anche se continueranno a non fare notizia. Ma lo sono già - «buona notizia» - nei nostri cuori.
C’è solo una speranza: che le «icone del bene» abbiano, insieme alla forza straordinaria della bontà e della bellezza, uomini e donne che le sappiano valorizzare nella loro innata forza culturale. Mi ha sempre confortato quanto diceva tempo fa don Giussani: «Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono ad esprimersi ed a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale». E Giovanni Paolo II aggiungeva: «Una fede che non diviene cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». A noi questo insegnamento è chiaro!
22:36
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mercoledì, 14 aprile 2010
Una difesa laica del Papa
All'origine dell'aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina: si pensi alla «peste pedofila » di cui parla Paolo Flores d'Arcais, che prefigura la dannazione per volontà popolare dell'«untore » di manzoniana memoria. Sono toni cui dovrebbe essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare, «omologare», i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile, negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato.
La Chiesa, che condanna il peccato e perdona il peccatore pentito, ha commesso in passato (anche con Papa Wojtyla) molti errori in materia di pedofilia ecclesiale. I reati andavano denunciati con coraggio, mentre varie forme di reticenza hanno contribuito a peggiorare la situazione. Tuttora gli atteggiamenti, spesso confusi e contraddittori, di alcuni rappresentanti del clero non aiutano a far chiarezza. Quando risuonano paralleli impropri con le persecuzioni antisemite, o si stabiliscono arbitrarie correlazioni tra omosessualità e pedofilia, si ha l'impressione che papa Ratzinger vada tutelato anche dalle sortite incaute di alcuni alti prelati.
Resta il fatto che non si può chiedere alla Chiesa di rinunciare a uno spazio autonomo di analisi e di giudizio, che è tutt'altra cosa dalla pretesa di sottrarre i propri membri all'imperio della legge. Lo Stato e la Chiesa hanno missioni diverse e la pretesa di cancellare questa feconda differenza danneggerebbe entrambi. Si sta manifestando, inoltre, un vistoso paradosso. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l'attuale Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza all'interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili, riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della Chiesa, rivendicandone l'autonomia nella condanna dei peccati e nella redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione (si chiama carità cristiana). Nonostante questo, oggi Benedetto XVI rischia di passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti.
La distinzione fra peccato e reato è parte integrante della nostra cultura e della nostra civiltà, alla quale non possiamo rinunciare. Essa sanziona la differenza, e la distanza, fra lo Stato democratico-liberale, fondato sui diritti e le garanzie individuali, e lo Stato teocratico: un ordinamento oppressivo che, come hanno tragicamente provato i totalitarismi anche di un recente passato, non s’identifica solo nel connubio fra trono e altare, ma, anche e soprattutto, nell’illusione razionalista e nel tentativo volontaristico di cambiare, con mezzi coercitivi, la natura dell’uomo. Di fronte allo spettacolo inquietante cui stiamo assistendo, stupisce, infine, la grande quantità di spettatori che rimangono silenti in un’apparente indifferenza. Come se la stessa nostra democrazia liberale non fosse debitrice del messaggio cristiano che ha posto al centro la sacralità e l’inviolabilità della persona.
Piero Ostellino
14 aprile 2010
Intellettuali e artisti , le voci pro Ratzinger
Vaticano e pedofilia
Intellettuali e artisti , le voci pro Ratzinger
Il New York Times: il migliore. Appello in Rete
MILANO—Il trentenne conservatore Ross Douthat, opinionista tra i più puntuti degli Usa, sul New York Times di ieri ha scritto un articolo intitolato «Il miglior Papa». In esso si legge una difesa dell’integrità morale di Benedetto XVI, che per il columnist non si può mettere in discussione anche nel tempo precedente la sua ascesa al trono di Pietro. Il rigore che lo contraddistingue si manifestò in occasioni delicate, soprattutto durante i giorni del pontificato di Giovanni Paolo II. Che fu un Papa, per Douthat, «sempre amato», nonché «bello e carismatico», al quale si perdonò tutto. Invece Ratzinger aveva già l’immagine del «Rottweiler di Dio».
Fa specie che proprio sul New York Times esca questa difesa. Anche se il polverone mediatico potrebbe ripartire dal mondo anglosassone, si sta creando un’opinione trasversale che offre attenuanti al pontefice o lo difende. Per esempio, Hendrik Hertzberg sull’ultimo numero del laico New Yorker, in un articolo intitolato «Indulgence», dopo aver ricordato Martin Lutero e l’attuale crisi di potere e di cultura della Chiesa, ammette che Benedetto XVI «si incontrò personalmente con le vittime dell’abuso durante la sua visita nel 2008 negli Stati Uniti». E aggiunge: anche i suoi critici sono d’accordo sul fatto che abbia affrontato il problema più seriamente che in passato. Inoltre, un appello con settanta firme del mondo francofono si sta diffondendo da una decina di giorni. Ha raccolto intellettuali, filosofi, giornalisti, drammaturghi, docenti universitari, artisti e personalità varie. Nomi che si sono ritrovati in pochi giorni grazie alla rete (attraverso il sito http://www.appelaverite.fr). Tra i firmatari troviamo Jean-Luc Marion, dell’Académie Française, professore a Parigi e a Chicago. In una brevissima nota inviataci dagli Usa ha scritto: «È evidente che la crisi dei preti pedofili è stata male gestita, è evidente che gli attacchi sono sproporzionati e fondamentalmente ingiusti». C’è poi Remi Brague, professore di filosofia e membro dell’Institut, lo scrittore Françoise Taillandier, la filosofa Chantal Delsol (anch’essa membro dell’Institut); vi troviamo l’attore Michael Lonsdale, il matematico —insignito della medaglia Fields— Laurent Lafforgue. E ancora: Alain Joly, pastore luterano, Bernadette Dupont, senatrice, Jacques Arènes, psicanalista. Chiudiamo con Fabrice Hadjaj, giunto al cattolicesimo dopo ideali rivoluzionari e letture dei grandi nichilisti del Novecento. Scrittore e filosofo, nato nel 1971 a Nanterre da genitori ebrei di origine tunisina, lo scorso anno fece rumore la sua idea di una «nuova mistica della carne». Attaccava ogni riduzione dei rapporti a «masturbazione assistita», quel «tecnicismo» con relativa «morale borghese» capaci di rinchiudere «il desiderio sessuale nel preservativo ».
Ribadiva Hadjaj: «È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo». Nel testo di tale appello si legge, tra l’altro: «I casi di pedofilia nella Chiesa sono, per tutti i cattolici, fonte di sofferenza profonda e di dolore estremo. Membri della gerarchia della Chiesa hanno riscontrato in alcuni dossier gravi mancanze e disfunzioni, e noi rendiamo omaggio alla volontà del Papa di fare luce su questi casi. Con i vescovi, e in quanto membri della stessa Chiesa, i laici cattolici si fanno carico del peso dei crimini di alcuni sacerdoti e delle debolezze dei loro superiori; si mettono risolutamente, come Cristo invita a fare, dalla parte di quanti soffrono maggiormente per questi crimini». E, dopo aver auspicato che la verità emerga e si affronti «serenamente e fraternamente » tutto ciò che ha reso possibile tali offese, il testo prosegue: «Al di là del diritto all’informazione, legittimo e democratico, non possiamo che constatare con tristezza in quanto cristiani, ma soprattutto in quanto cittadini, che numerosi mass media nel nostro Paese (e in Occidente in generale) trattano questi casi con parzialità, scarsa conoscenza o viva soddisfazione. Da riassunti, sintesi e generalizzazioni, il quadro della Chiesa che viene fatto attualmente dalla stampa non corrisponde a ciò che vivono i cristiani cattolici ». Va aggiunto — ci ha confidato una fonte vicina al patriarcato di Mosca— che l’accusa è circolata soltanto in forme ridotte nella cattolica Polonia (è stata ripresa la dichiarazione del portavoce vaticano), mentre il mondo scandinavo l’ha quasi ignorata. In Russia è apparsa in poche righe nelle agenzie e non è stata ampliata o commentata dai giornali.
Il sito della Izvestia tace, quello della Pravda anche, nemmeno radio e televisioni hanno avuto qualcosa da dire. L’unica curiosità, che ha suscitato un moderato interesse, riguardava l’idea di interrogare ed eventualmente ammanettare il Papa. Solo grazie a questa trovata si è saputo quel che stava accadendo. Anzi, in seguito al ritorno di un bambino russo di sette anni adottato negli Usa (di nome Artëm Saveliev), rifiutato dalla famiglia americana, i media di Mosca da qualche giorno stanno accusando gli Stati Uniti di una particolare forma di pedofilia.
14 aprile 2010
corriere.it
| Papa Benedetto XVI recita il Regina Caeli affacciato sul cortile del Palazzo Apostolico di Castelgandolfo (Ansa) |
14:32
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giovedì, 08 aprile 2010
Bimba sposa muore
Nel paese è in discussione una legge contro i «matrimoni di scambio»
Yemen, bimba sposa muore
tre giorni dopo le nozze
La tredicenne è deceduta per «lesioni gravissime all'apparato genitale»
SANA'A - Una bimba yemenita, data in sposa all'età di tredici anni, è morta ad Hajjah, città a nord di Sana'a, dopo soli tre giorni di matrimonio. Secondo quanto denuncia un'organizzazione yemenita per i diritti umani, citata dal giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', dal referto medico si evince che la giovanissima sposa sia deceduta «per lesioni gravissime all'apparato genitale, che hanno portato ad emorragie fatali». Per i medici, Ilham Mahdi Shui al-Asi, è questo il nome della piccola, non era ancora pronta per il matrimonio e la violenza sessuale subita dal marito l'ha portata alla morte.
«UNA MARTIRE» - In una nota diffusa dall'organizzazione umanitaria 'Forum al-Shaqaiq' si legge che «la piccola è morta venerdì scorso dopo essere stata ricoverata all'ospedale al-Thawra, mentre solo il lunedì precedente, il 29 marzo, aveva partecipato alla sua festa di nozze». La giovane Ilham ha subito quello che nei villaggi dello Yemen viene chiamato 'matrimonio di scambio'. La tredicenne è stata data in sposa a un uomo che a sua volta ha dato in sposa la sorella a un uomo della famiglia di Ilham. Per questo l'ente umanitario definisce la piccola «martire dei matrimoni combinati con minorenni, ancora in uso nel paese». Questo episodio potrebbe riaprire di nuovo il dibattito sulla necessità di emanare una legge in Yemen che ponga un limite di età per il matrimonio. La proposta di legge presentata nelle scorse settimane si è arenata nel dibattito in parlamento dopo la serie di manifestazioni organizzate dai gruppi islamici che la considerano contraria alla sharia (fonte Adnkronos).
08 aprile 2010
17:23
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domenica, 28 marzo 2010
Papa: da Dio forza per non farsi intimidire
«Non lasciarsi impaurire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti»
Gesù , ha proseguito Ratzinger «ci tira e ci sostiene». «Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli», ha aggiunto. «Fa parte di essa - ha proseguito - questo atto di umiltà, l'entrare nel noi della Chiesa; l'aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione - il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria». «Di questo essere nell'insieme della cordata fa parte anche - ha ammonito - il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un'idea sbagliata di emancipazione». «Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell'ascesa, anche se siamo stanchi», ha concluso.
CRISTIANI IN TERRASANTA - Durante l'omelia poi, papa Benedetto XVI è tornato ad invocare la pace per la Terrasanta ed ha incoraggiato i cristiani a rimanere nel paese delle loro origini. Ratzinger ha ricordato anche il proprio viaggio dello scorso anno in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi. «Quando andiamo in Terra Santa come pellegrini, vi andiamo però anche come messaggeri della pace, con la preghiera per la pace; con l'invito a tutti di fare in quel luogo, che porta nel nome la parola »pace«, tutto il possibile affinchè esso diventi veramente un luogo di pace», ha detto. «Così questo pellegrinaggio è al tempo stesso un incoraggiamento per i cristiani a rimanere nel Paese delle loro origini e ad impegnarsi intensamente in esso per la pace», ha concluso. (Fonte Ansa)
28 marzo 2010
martedì, 23 marzo 2010
Pakistan: cristiano muore arso vivo perché non si voleva convertire all'Islam
Arshad Masih, aveva 38 anni. il suo datore di lavoro premeva per la conversione
La moglie denuncia la violenza ai poliziotti che la stuprano davanti ai due figli di 7 e 12 anni
MILANO - Un nuovo terribile caso di odio religioso. È morto l'autista cristiano di una ricca famiglia della città pakistana di Rawalpindi che venerdì era stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per essersi rifiutato di convertirsi all'Islam. Lo riferisce il Pakistan Christian Post, giornale online affiliato a un partito cristiano locale.
LA VICENDA - Arshad Masih, 38 anni aveva subito ustioni sull'80% del corpo e, secondo i medici dell'ospedale Sacra Famiglia dove era ricoverato, aveva poche probabilità di sopravvivere. Sua moglie, Martha Bibi, aveva inoltre detto di essere stata stuprata da alcuni poliziotti della caserma dove era andata per denunciare il caso. La violenza è avvenuta davanti ai tre figli della coppia che hanno un'età fra 7 e 12 anni. La donna lavorava come domestica insieme al marito dal 2005 presso una benestante famiglia musulmana. Negli ultimi tempi erano però emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Masih aveva ricevuto pressioni da parte del suo datore di lavoro per abbracciare la religione musulmana, ma lui si sarebbe rifiutato, secondo quanto riportato da AsiaNews, il sito internet del Pime (Pontificio Istituto Missioni Esteri) che per primo ha dato notizia della brutale aggressione. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli atti di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l'1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali si sono mobilitate lunedì chiedendo al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell'omicidio e avviare un'inchiesta sulla violenza sessuale ad opera dei poliziotti.
Corriere.it
23 marzo 2010
14:27
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lunedì, 22 marzo 2010
I vescovi: «Il voto sia contro l'aborto»
l'INDICAZIONE del presidente della Cei Ai cattolici. La Bonino: «sONO SOLITE COSE»
Bagnasco: «E' un'ecatombe collettiva. La cittadinanza inquadri ogni singola verifica elettorale»
CITTÀ DEL VATICANO - La difesa della vita umana, innanzitutto dal «delitto incommensurabile» dell'aborto in tutte le sue forme, è uno dei valori «non negoziabili» in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali.
I Regimi veri...
Il blog satirico che preoccupa Chavez
Il presidente venezuelano teme i social network e il sito di tre giovani che sfidano il regime a colpi di satira e ironia
sabato, 20 marzo 2010
La lettera del Papa alla Chiesa d'Irlanda
il testo integrale del documento papale
«I vescovi si trovano ora in una posizione più forte per riparare alle ingiustizie del passato»
Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati. Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi ad un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti Prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un’analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Nutro la fiducia che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all’abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.
2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe
venerdì, 19 marzo 2010
Macchina che vede i tumori in anticipo
"Clarbruno Vedruccio costruisce una sonda contro le mine antiuomo e scopre che interagisce col suo corpo. "Merito di un panino ingurgitato in treno e della gastrite"
Un tubo lungo 30 centimetri che permette di scoprire i tumori non appena cominciano a formarsi. Una sonda elettromagnetica che vede qualsiasi infiammazione dei tessuti. Un esame che dura appena 2-3 minuti, non è invasivo, non provoca dolore o disagi al paziente, e fornisce immediatamente la risposta. Un test innocuo, ripetibile all’infinito e senza togliersi i vestiti, che ha una precisione diagnostica come minimo del 70% ma, se eseguito da mani esperte, può arrivare anche al 100% di attendibilità. Uno strumento rivoluzionario, poco ingombrante, portatile, che si può usare ovunque e che non necessita di mezzi di contrasto radioattivi, lastre fotografiche o altro materiale di consumo. Un’apparecchiatura che si compra, anzi si comprava, con 43.000 euro più Iva, contro i 3-4 milioni di euro di una macchina per la risonanza magnetica, i 2 milioni di una Pet e il milione e mezzo di una Tac, tutt’e tre con costi di gestione elevatissimi.
Allora chi e perché ha paura del bioscanner, nome commerciale Trimprob? Non certo i potenziali pazienti, che potrebbero individuare per tempo la malattia. Non certo il ministero della Salute, che lo ha inserito nel repertorio dei dispositivi medici del Servizio sanitario nazionale. Non certo il professor Umberto Veronesi, che lo ha sperimentato nel suo Istituto europeo di oncologia di Milano e ne ha decantato la validità. Eppure la Galileo Avionica, società del colosso Finmeccanica, ha annunciato la chiusura della Trim Probe Spa, l’azienda che lo produceva e lo commercializzava, messa in liquidazione in quanto ritenuta non più strategica nell’ambito di un gruppo internazionale specializzato nei mezzi di difesa militare.
domenica, 14 marzo 2010
L'ateismo puo' nascondere la ricerca della fede
Papa: "L'ateismo puo' nascondere la ricerca della fede"
14 Marzo 2010 12:02 POLITICA
CITTA' DEL VATICANO - "L'ateismo non di rado nasconde l'esigenza di scoprire il vero volto di Dio". Cosi' Benedetto XVI durante l'Angelus in piazza San Pietro. "Nel rapporto con Dio - ha spiegato il pontefice - vi puo' essere una fase che e' come l'infanzia: una religione mossa dalla dipendenza. Via via che l'uomo cresce e si emancipa vuole affrancarsi da questa sottomissione e divenatare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando di poter fare a meno di Dio". (RCD)
corriere.it
12:49
Scritto da: arch-ivo
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venerdì, 05 marzo 2010
Olanda, vince Geert Wilders alle municipali. L'Europa dorme e non si accorge di ciò che significa
Fonte: informazionecorretta.com
Geert Wilders è il vincitore alle elezioni municipali in Olanda, in attesa dei quelle politiche di giugno. E' la notizia del giorno, riportata correttamente solo da tre quotidiani a diffusione nazionale, LIBERO, GIORNALE e FOGLIO. Tutti, ripetiamo tutti, gli altri hanno pubblicato cronache pressochè simili, senza distinzione. Geert Wilders, come è successo fino a ieri, viene definito xenofobo, anti islam, non ha attenuanti, è il diavolo. A nessuno passa per la mente di cercare di capire come mai, proprio in Olanda, il paese che più di ogni altro è stato la culla della tolleranza, religiosa e civile, si sia sviluppato un movimento così forte contro la penetrazione dell'islamismo. Gli olandesi, mentre l'Europa dorme, si stanno svegliando, e vedono prima di altri il terrificante arrivo di Eurabia. L'articolo più scorrettio è quello di Marco Zatterin sulla STAMPA, dove il cronista se la prende persino con il colore dei capelli di Wilders, " ossigenati", una ossessione che gli fa notare di nuovo lo stesso colore, nei capelli dell'unico intervistato che esprime la sua soddisfazione per la vittoria di Wilders.
Seguono i pezzi dal FOGLIO, LIBERO, LA STAMPA,IL GIORNALE
Il Foglio- Quello "xenofobo" di Wilders
Nonostante le centinaia di minacce di morte e un surreale processo sulla libertà di parola, Geert Wilders ha vinto le elezioni municipali in Olanda. Il suo Partito per la libertà sembra avviato al successo anche alle elezioni di giugno. I liberal hanno relegato il fenomeno Wilders allo spettro della xenofobia, ignorando che la denuncia del corsaro olandese è rivolta all’islamismo come ideologia e non ai musulmani come popolo. E’ la differenza fra critica e razzismo. L’accusa di xenofobia è allora una foglia di fico che copre il vacuum dell’Europa, la sua democrazia erosa, la sua libertà religiosa che traballa sotto lo stigma dell’intolleranza, la sua crisi multiculturale. Wilders rappresenta però anche un certo rischio isolazionista per l’Europa, soprattutto sull’invio di truppe in Afghanistan, ostacolo sul quale il governo Balkenende è caduto. Resta il triste, sconcertante paradosso che l’uomo sotto processo per aver espresso idee piuttosto diffuse, seppur in tono oltraggioso e spesso feroce, sia anche quello di maggior successo in un continente alle prese con una forte crisi identitaria e la minaccia islamista. Un movimento capace di minare i principi cardine di una democrazia avanzata, dall’eguaglianza fra i sessi alla libertà d’espressione (specie nel paese di Theo van Gogh). C’è un’ombra dietro Wilders. E non è quella dei suoi elettori “razzisti”, olandesi che hanno visto la tolleranza perire sotto i colpi di lame ben affilate. E’ l’ombra dell’Europa, di cui l’Olanda è laboratorio privilegiato. E’ legittimo non essere d’accordo con l’analisi di Wilders, ma bruciarlo in effigie non aiuterà a risolvere i problemi. C’era un altro olandese a cui, prima di Wilders, diedero dello “xenofobo”. Si chiamava Pim Fortuyn e finì con tre pallottole in testa. Oggi le sue idee sono giudicate profetiche anche da chi lo chiamava “untermensch”. Il gaio subuomo.
Libero-Andrea Morigi: "Napolitano s'impiccia del boom di Wilders. E si prende un insulto "
Scende in campo perfino il Quirinale contro il risultato delle urne olandesi. Ma «purtroppo il vostro Presidente si sbaglia di grosso. Siamo un partito pienamente democratico, che vuole preservare la nostra cultura, che è fondata sul cristianesimo e il giudaismo e perciò vuole meno islam. E gli elettori ci hanno dato ragione», replica Geert Wilders parlando al telefono con Libero. In una giornata convulsa, in cui l’Olanda lo ha incoronato come la speranza, il leader del Pvv deve prestarsi anche a farsi tradurre le dichiarazioni rese a Bruxelles in mattinata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Ma cos’ha detto precisamente il vostro Presidente?», vuol sapere.
IL QUIRINALE ATTACCA
Ecco qui quel che riportano le agenzie di stampa. Dunque l’af fermazione del Partito della Libertà in Olanda «è un segno preoccupante anche se si tratta di una tendenza fuori dalla storia », aveva detto il capo dello Stato, parlando ai giornalisti al termine di un incontro con il presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek. È un attacco a sorpresa, il suo: «Se si pensa di tornare al passato, si tratta di un pericolosissimo anacronismo», secondo Napolitano, che accusa implicitamente il partito di Wilders di puntare alla disgregazione dell’Unione europea. La sua ricetta consiste in un fumoso auspicio: «Forse serve che le forze più tradizionalmente europeiste si battano in modo più persuasivo per affermare il ruolo dell’Eu - ropa». Proseguendo poi in inglese, al fianco di Buzek, Napolitano aveva condannato le scelte democraticamente espresse dagli elettori dei Paesi Bassi, lanciando un avvertimento: «I cittadini europei non possono aspettarsi niente di nuovo da un angusto approccio nazionale». Wilders ascolta quelle parole, la cui eco è così flebile da non riuscire nemmeno a percorrere la breve distanza fra Bruxelles e L’Aja: «Queicommenti mirattristano », è la sua prima reazione. Si tratta comunque, rileva, di un’analisi tipica delle «vecchie élite politiche, di cui il vostro Presidente fa parte e di cui gli elettori si sono chiaramente stancati». Perciò, la reazione è la stessa degli elettori che lo hanno votato in numero crescente dal 2006 all’altro ieri: «Non siamo contro l’Europa, ma vogliamo un’Euro - pa federalista. Siamo contro l’Europa del Trattato di Lisbona », precisa. Su questo tema, fra l’altro, meno di un anno fa, il Partito della Libertà ha conquistato il 17 per cento, eleggendo ben quattro deputati al Parlamento europeo.
LE ÉLITE DEL PASSATO
Su chi rappresenti il futuro e chi il passato, poi, Wilders non ha dubbi: «Il vostro presidente sta combattendo una battaglia contro il numero crescente di persone che non ne possono più delle élite politiche. Dunque è chiaro che non sono certo io a combattere per il passato. Guardo avanti io, verso le prossime elezioni politiche che si terranno il 9 giugno in Olanda. Il risultato delle amministrative indica che oggi saremmo il primo partito del Paese con 29 deputati al Parlamento.
Libero-Andrea Morigi: " E ora Geert punta anche al governo "
Si tratta solo di attendere altri tre mesi e poi «diventeremo il maggior partito in Olanda il prossimo 9 giugno», prevede Geert Wilders, vincitore delle ultime elezioni amministrative olandesi. Se il suo Partito della Libertà – Pvv, è primo nella capitale e secondo in un sobborgo di Amsterdam, allora «ciò che è stato possibile all’Aja e Almere è possibile in tutto il Paese».
ANCORA CENTO GIORNI
Con il conto alla rovescia già iniziato, i prossimi cento giorni si annunciano decisivi per i laburisti del PdvA di Wouter Bos e i democristiani della Cda del premier Jan Peter Balkenende. Davanti a loro si prospetta un bivio. Possono accentuare il proprio declino insistendo con l’approccio immigrazionista rivelatosi tanto fallimentare quanto l’utilizzo dello strumento controproducente dell’accu - sa di xenofobia agli avversari. Oppure, cambiando strategia politica, potrebbero decidersi a ripensare il modello di convivenza, sconfitto alle urne, dei Paesi Bassi dove, su tredici milioni di residenti, oltre tre milioni – cioè il 23 per cento - sono immigrati extracomunitari e fra di loro i musulmani raggiungono quota 800mila. Finora, le istituzioni sono riuscite a compiere una quantità impressionante di passi falsi. Il più clamoroso dei quali risale a quando sono stati sottoposti i presunti «valori olandesi» alla visione dei nuovi immigrati, condensando in un video obbligatorio le scene di gay che si scambiano effusioni in pubblico e di topless balneari. Non che Wilders sia omofobo. Ha dichiarato in varie circostanze di ritenere barbare le consuetudini sharaitiche che prevedono la punizione degli omosessuali, così come l’im - posizione di norme religiose nella sfera della morale pubblica. L’elemento centrale sul quale fa leva il Pvv, tuttavia, è un altro: concedere la medesima libertà d’espressione ai predicatori della guerra santa ha causato l’omicidio del regista Theo van Gogh, accoltellato ad Amsterdam nel 2004 da un immigrato marocchino che lo aveva condannato a morte per aver osato descrivere l’islam, nel film Submission, come una religione violenta nei confronti delle donne. Perciò l’antidoto laicista e relativista non funziona. Semmai, otterrebbe l’effetto di scatenare ancora più odio verso l’Occidente decadente.
LE SCELTE SUICIDE
Né ha premiato il cedimento nella lotta contro il terrorismo. I laburisti, facendo cadere il governo perché contrari al prolungamento della missione militare olandese in Afghanistan, si sono suicidati dal punto di vista elettorale, riducendo i propri consensi al 16%, rispetto al 23,45% delle precedenti amministrative, con una calo di circa sei punti. Seppure contro la loro volontà, saranno considerati i maggiori sponsor di Wilders, che a 48 anni si prepara ormai a diventare il prossimo premier olandese. Il suo partito, che era il quinto del Paese alle ultime elezioni europee, è salito al terzo, ma secondo alcuni sondaggi già al primo posto, proiettando a livello nazionale il risultato uscito mercoledì dalle urne, che «è un trampolino per la nostra vittoria », ha preannunciato il capo del governo in pectore.
La Stampa-Marco Zatterin- " L'Aja si scopre xenofoba, No al multiculturalismo "
Le prime parole che pronuncia nell’attimo del trionfo sembrano suggerite da un ghostwriter con un debole per Chaplin e «Il Grande dittatore». «Oggi Almere e l’Aia, domani l’intera l’Olanda» proclama Geert Wilders senza un filo di autoironia ai sostenitori osannanti nella notte che l’ossigenato leader dell’ultradestra aspettava da sempre. Le elezioni comunali di mercoledì hanno portato il suo Partito della Libertà (Pvv), populista, xenofobo e sopratutto antislamico, a un passo dalle forze che da sempre governano i Paesi Bassi, i cristiano democratici in rotta di Jan Peter Balkenende, i socialisti di Wouter Bos, in calo anche se meno del previsto. Se fosse stata una tornata politica come quella in programma il 9 giugno Wilders sarebbe a 24 seggi, cinque dalla maggioranza relativa. Un vero trionfo, ma non solitario. Gli olandesi hanno punito la litigiosa classe dirigente tradizionale, hanno scelto liberali, populisti e progressisti. «L’Olanda è in piena turbolenza, la società è confusa», riassume Naïma Azough, 37 anni, nata in Marocco, dal 2002 deputato della Sinistra verde, che sulla carta ha raddoppiato gli scranni a l’Aia, da 7 a 14.
Gli effetti dello tsunami che inquieta l’Europa democratica si misurano nel clamore mediatico che segue lo spoglio e nel silenzio che regna in Parlamento, un edificio in cui vecchio e nuovo si intrecciano come l’Olanda d’un tempo. In giro non c’è un’anima. Il vertice democristiano è chiuso a ragionare sulla debacle. Più in là c’è Wilders coi suoi, le guardie del corpo fuori della porta. I laburisti del Pvda hanno già fatto autoanalisi e Bos si autoconsola: «In febbraio valevamo 15 seggi, ora siamo a 27, altro che spacciati».
Sul tavolo di una brasserie dietro la Mauritshuis una copia di un giornale popolare annuncia che «Wilders Slaat Slag», titolo che suona come «Wilders ha fatto strike». Due trentenni incravattati passano e fanno una smorfia. A chiedere in giro sono pochi a ammettere di stare col votato Pvv. Caroline, 25 anni, risponde «non lo so» alla domanda sul leader populista. Anche lei non lo ha votato, «ma dei miei amici si, è una questione di principio: sono stufi, in tre anni il governo non ha fatto nulla».
Qualcosa è successo, invece. Due settimane fa i laburisti (Pvda) sono usciti dal governo e hanno sciolto il patto che dal 2007 li univa ai popolari e alla piccola Unione cristiana. La rottura è venuta sull’Afghanistan, il premier Balkenende voleva rinnovare il mandato ai soldati olandesi, Bos era contrario poiché la maggioranza aveva promesso il ritiro. Compromesso impossibile, crisi inevitabile. Elezioni anticipate per la quarta volta consecutiva, indette per il 9 giugno. Radicali gioiosi, convinti che il vicino voto locale avrebbe portato buone nuove.
Wilders lo sapeva. Nonostante il processo che lo vede come imputato per «incitamento all’odio», ha pagato la sua ossessiva politica contro l’islamizzazione, la lotta al Corano definito il nuovo «Mein Kampf», il rifiuto del velo. Deluso dai partiti tradizionali e impaurito dal futuro, un olandese su cinque gli ha dato fiducia. «Dopo l’11 settembre la gente ha scoperto nuove paure - ammette Khadija Arib, un’altra donna, un’altra marocchina, 49 anni, simbolo di integrazione, parlamentare socialista dal 1998 -. Wilders fa leva sulla voglia di sicurezza, sulle emozioni elementari, così nasconde l’assenza di un programma vero».
Vero o falso che sia, dovrà trovarsene uno. L’Olanda ha rinnovato i consigli di 394 comuni e il furbo Partito della Libertà ha corso solo a Almere - affollatissima città a nordest di Amsterdam - e all’Aja, il cuore della politica. Sulla prima piazza si è affermato con forza (21,6%) e potrebbe conquistare il municipio. Nella capitale amministrativa è arrivato secondo, a un soffio dai socialisti. «L’elite di sinistra crede nel multiculturalismo, nel superstato Ue - esulta Wilders -. Gli altri la pensano differentemente. Per questo io diventerò primo ministro».
«Oggi si scopre che gli olandesi non erano tolleranti, ma indifferenti», sentenzia Naïma Azough. «Wilders ci difende, è nuovo ed è estremo», rincara dietro il bancone di un Nightshop il biondo Klaas, 21 anni. «Non mi sento più rappresentato», ribatte deluso l’egiziano Karim, taxista da dodici anni. Vuol dire che il sogno di eguaglianza Orange è infranto. Lentamente, il potere diventa conservatore, chiude coffee shop e bordelli. La crisi ha gonfiato la deriva populista. I democristiani restano leader (avrebbero 29 seggi a l’Aia) e tacciono. L’ex alleato socialista Jeroen Dijsselbloem non la vede così male, stima che «il 40% del voto per Wilders è di protesta».
«Ci vorrà un compromesso difficile», ammette Khadija Arib. I sondaggi dicono che Balkenende resta il più gradito, il buon senso suggerisce di cambiare. «Basta con la solita gente», mugugna Annik, 21 anni, studentessa, mentre entra in un locale argentino. A giugno si vota nella buriana. Gli editorialisti rammentano che alle politiche non si sceglie con la stessa leggerezza e che l’affluenza è stata bassa (56%). Chi sarà il premier? «Cercheremo una maggioranza nel caos - sorride la verde Azough -. Qualche consiglio dall’Italia, a proposito, potrebbe essere utile».
IL Giornale-Livio Caputo: " L'Olanda è a rischio solo perchè vince l'uomo anti-islam"
In tempi normali, le elezioni amministrative olandesi vertono sulle tariffe dei parcheggi, le tasse sui cani e la raccolta della spazzatura. Ma questi, per il Paese dei tulipani, non sono tempi normali. Dopo che la coalizione di centro-sinistra del premier Balkenende è saltata sul mantenimento del corpo di spedizione in Afghanistan e il Parlamento ha dovuto essere sciolto in anticipo, la consultazione locale di martedì ha assunto la funzione di sondaggio d'opinione per le legislative del 9 giugno, con particolare attenzione per le prospettive del Partito della Libertà (Pvv) di Geert Wilders, che gli avversari definiscono xenofobo, anti-musulmano e ultranazionalista, e che si propone di «sottrarre l'Olanda al dominio di una élite sinistrorsa che coccola i criminali e favorisce l'islamizzazione del Paese». Il risultato non avrebbe potuto essere più eloquente: pur essendosi presentato con le proprie liste soltanto in due municipalità su 394 - Almere e la capitale l'Aja - il Pvv ha ottenuto tali consensi che, proiettando il risultato sul piano nazionale, tra tre mesi passerebbe dagli attuali 9 a 24 deputati, diventerebbe il terzo partito del Paese e potrebbe diventare essenziale per la formazione di qualsiasi governo di coalizione.
Wilders, 46 anni, chioma biondissima, è uno dei politici più controversi dell'Unione Europea. Accusato in patria di incitamento all'odio razziale, irriducibile avversario dell’uso del velo nei luoghi pubblici, si è visto negare recentemente il permesso di entrare in Gran Bretagna per presentare il suo film «Fitna», in cui equipara il Corano all'hitleriano «Mein Kampf» e sovrappone la lettura di alcuni dei suoi versetti più controversi a scene di terrorismo islamista. Ma un giudice d'appello ha cassato questa decisione, e proprio oggi Wilders sarà ricevuto alla Camera dei Comuni per una proiezione della controversa pellicola, che ha fatto infuriare tutte le comunità musulmane d'Europa e indotto vari imam a pronunciare fatwe contro il suo autore. Da allora, il fondatore del Pvv vive sotto scorta e non dorme mai per due notti consecutive nello stesso letto.
Milioni di olandesi «politicamente corretti» si stanno stracciando le vesti per questi risultati, obliquamente criticati perfino dal presidente Napolitano durante la sua visita a Bruxelles. La prospettiva di un governo condizionato dal Pvv, anche solo attraverso l'appoggio esterno, spaventa l'elettorato moderato sia in vista di un possibile acuirsi delle tensioni razziali, sia per possibili ritorsioni di alcuni Paesi islamici. Ma, se sarà confermata alle politiche, l'affermazione di Wilders sarà soltanto il risultato di una politica dell'immigrazione per lunghi anni troppo tollerante, di una presenza di musulmani al limite del tollerabile e di un clima di violenza e di insicurezza diffusa, simboleggiata dall'assassinio del regista Theo Van Gogh da parte di un fanatico marocchino ma che produce ogni giorno scontri e risse. «È la democrazia, bellezza», ribattono i seguaci di Wilders, parafrasando la famosa battuta di Clinton, e si preparano a promuovere il loro programma di contrasto all'invasione islamica; tra i punti più stravaganti, c'è l'imposizione di una tassa sui tessuti usati dai musulmani per i loro abiti tradizionali, che secondo il Pvv «inquinano il Paese».
È significativo che il partito più penalizzato dagli elettori sia stato quello laburista, che oltre a chiedere il ritiro dall'Afghanistan è anche il più morbido in materia di immigrazione e soprattutto il più favorevole a un grande sforzo di integrazione: secondo le proiezioni, scenderebbe il 9 giugno dall'attuale 23,4% al 16, meno del Pvv. Se, come dicono, l'Olanda è una specie di laboratorio politico della Ue, ci aspettano altre sorprese.
21:33
Scritto da: arch-ivo
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L'Egitto contro il burqa
Fonte: informazionecorretta.com
Ormai solo alcune donne occidentali si battono per 'la libertà di indossarlo.
L'iniziativa egiziana di vietare il velo integrale nei locali pubblici è positiva.
E' interessante notare che, ormai, la difesa del burqa viene solo da alcune donne occidentali, oltre che dai fondamentalisti islamici, ovviamente.
Nel corso dell'articolo, si fa riferimento alle dichiarazioni di Farouk Hosni, ministro della Cultura e alle sue posizioni contrarie al burqa. Descritto così il signor Hosni potrebbe sembrare una persona moderata, cosa che non è.
Farouk Hosni è un antisemita, famoso per le sue dichiarazioni contro Israele e sugli ebrei. E' stato candidato a dirigere l'UNESCO, ma per fortuna gli è stata preferita un'altra persona.
Il fatto che in un'intervista si sia espresso contro il burqa, non cambia la sostanza: è un antisemita e le sue dichiarazioni non meritano il rilievo che attribuisce loro Buffolo, ed è grottesco che possa passare per paladino dei diritti umani.
da Il Giornale:
Ora anche in Egitto c'è chi pensa di dire no al burqa. Nel paese nord-africano, dove il 90% della popolazione è musulmana, molti locali, specialmente al Cairo, hanno deciso di vietare l'ingresso alle donne velate. Il motivo è semplice: principalmente economico. I proprietari di bar e ristoranti della capitale sarebbero preoccupati che un indumento considerato da molti «arcaico» e simbolico «dell'appartenenza ai segmenti sociali più bassi» non crei l'atmosfera necessaria a realizzare un buon incasso e c'è già chi mormora di locali divisi in due, come avviene in Italia per i fumatori: una zona hijiab per le donne velate e una non hijab dove il velo sarebbe vietato. Poi c’è il risvolto sociale. Da quando c’è stata la polemica sul velo all’università, la questione è sempre rimasta all’ordine del giorno. E in Egitto aumenta la fetta di popolazione che vorrebbe un bando più ampio che riguardi anche gli uffici pubblici.
Già nel 2006, Farouk Hosni, il ministro della Cultura e pittore famoso per le sue uscite contro Israele, ha protestato duramente contro il burqa in un'intervista telefonica. «Abbiamo conosciuto un'epoca - ha detto - in cui le nostre madri frequentavano le università e i luoghi di lavoro senza essere velate. È in questo spirito che siamo cresciuti. Perché dunque oggi vi è questo ritorno al passato?». Affermazioni non di poco conto, in un paese dove i Fratelli musulmani sono una delle organizzazioni più importanti. E se Hosni, grazie all'intervento della First lady Suzanne Mubarak non dovette dimettersi, come i Fratelli musulmani avevano richiesto, ha comunque dovuto precisare di «non vietare a nessuno di portarlo».
Le sue parole non sono comunque cadute nel vuoto e hanno trovato sponde, sia governative che istituzionali. «Mi rifiuto di nominare delle consigliere (delle moschee, ndr) che indossino il burqa - ha tuonato appena qualche mese dopo Hamdi Zaqzuq, ministro per i Beni religiosi - perché ciò incoraggerebbe la diffusione della sua cultura: il velo integrale è un costume e non ha niente a che vedere con la religione». Un'altra riprova? Arriva dall'università Al Azhar, uno dei principali centri d'insegnamento religioso dell'islam sunnita: il grande imam, Mohammed Said Tantawi, stava visitando un'aula ed è rimasto colpito dalla presenza di una studentessa al secondo anno di liceo che indossava il niqab (la versione integrale del velo che lascia scoperti solo gli occhi). Una situazione che lo ha fatto adirare, al punto da obbligare la studentessa, alquanto restia, a toglierlo: la giovane, infatti, ha provato a resistere ma la risposta di Tantawi è stata dura e secca. «Il niqab è un'usanza tribale che non ha niente a che vedere con l'islam e io - ha aggiunto rivolto alla studentessa - mi intendo di religione molto più di te e dei tuoi genitori», prima di annunciare una circolare di divieto. A vietare l'uso del niqab nelle scuole sono anche altri Paesi di tradizione musulmana, come la Turchia e la Tunisia, mentre lo scorso anno anche le autorità marocchine avevano annunciato di non ammettere donne completamente velate nei luoghi pubblici prendendo spunto dal dibattito sorto in Francia. Certo, c'è anche chi, come la deputata afghana Malai Joya, è convinta che sia solo una strategia «per distrarre l'attenzione della gente da cose più importanti». Eppure i numeri parlano chiaro: più della metà degli europei, secondo un sondaggio del Financial Times fatto in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, è contraria, con punte del 70% a Parigi e del 63% nel nostro Paese.
12:52
Scritto da: arch-ivo
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Denigratori all'assalto della Chiesa.
A proposito delle recenti accuse alla Chiesa dell’articolo di “Repubblica” del 4 febbraio 2010
È certo facile unirsi al coro, e soprattutto è “indolore”, anzi, genera e raccoglie applausi e consensi.
Così anche il teologo che, per farsi conoscere e accreditarsi presso il grande pubblico, ha avuto bisogno della prefazione del Card. Martini per un libro che, altrimenti, sarebbe rimasto impolverato negli scaffali delle librerie, si è sbizzarrito nel solito ritornello: «Cristo sì, Chiesa no». Applicandolo nello specifico alle vicende del caso Boffo, Bertone, Bagnasco.
E purtroppo gli argomenti sembrano costruiti e posti per una tesi già precostituita e indiscutibile, più che per un aiuto a rendere ragione della fede e della chiesa.
L’esempio più evidente sta nella citazione di un pensiero di s. Ignazio di Loyola, secondo cui «per essere certi in tutto dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la chiesa gerarchica». Ecco dimostrato, secondo il sedicente teologo cattolico, che il credente che vuole essere appunto cattolico deve rinunciare alla libertà di pensiero, alla ragione critica… diventando così strumento di ogni più bieco progetto clericale, che si tratti di accendere il rogo all’eretico o di passare a chi di dovere carte false.
È pur vero che viene anche presentato il pensiero di Benedetto XVI a proposito della sporcizia nella Chiesa, e del carrierismo degli ecclesiastici, queste affermazioni vengono proposte solamente come pie intenzioni e desideri di un Papa che non può mutare la realtà dei fatti, e quindi costituire un autentico progetto di chiesa, che resta per il nostro teologo quella «Ecclesia ab Abel», la comunità dei giusti, dove conta la purezza del cuore, e «non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, viola, rossi o bianchi che siano».
Sulla citazione di s. Ignazio, poi, ricordo di avere appreso che un documento va sempre letto nel suo contesto storico e secondo quello che si chiama “genere letterario”. Ora credo che questo sia il significato proprio dell’affermazione: la chiesa non è il luogo dell’opinione o del parere, ma della verità, che il Magistero vuole servire e garantire (forse nel linguaggio di oggi si condannerebbe il cosiddetto “relativismo”). E se nel linguaggio si usa l’iperbole, questa vuole essere un rafforzativo del significato, non l’invito a rinunciare a ragione, libertà e verità, per diventare servi della menzogna (altri avrebbe detto “strumenti ciechi di occhiuta rapina”).
Per quanto poi riguarda l’intera vicenda (quindi il caso Boffo, Bertone, Bagnasco…) penso proprio che qui si tratti del caso deplorato dal Papa nel Messaggio del 2008 sui mezzi di comunicazione sociale: «Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi.» E creare gli eventi significa anche porsi al servizio di quel progetto che intende ridurre la Chiesa ad una presenza insignificante, se non cancellarla.
A questo, ogni credente vuole rispondere con la testimonianza, come ha ricordato il Papa a Verona, di una fede amica dell’intelligenza e di una carità che abbracci ogni uomo.
Questa è la Chiesa, e questa Chiesa vogliamo servire. E testimoniare.
E ci addolora pensare che uomini di chiesa possano avere usato la stampa e i mezzi della comunicazione sociale secondo finalità e con scopi che esulano dal metodo che il Signore ci ha sempre insegnato (laddove Gesù diceva: «Sia... il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno»).
12:03
Scritto da: arch-ivo
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lunedì, 01 marzo 2010
L’integralismo degli scienziati
Fonte: CulturaCattolica.it
C’è qualcosa che, in molti che si professano atei, non convince. Beninteso, non teoricamente (è in qualche modo ovvio, anche se coinvolgersi nel ragionare non fa mai male, e molte domande aiutano ad approfondire e chiarire le proprie posizioni). È dal punto di vista dell’umano che rimangono le perplessità.
Già, da un lato si presenta quasi una ossessione – così sembra – di dovere a forza, a tutti i costi, dimostrare che Dio non esiste (a volte dal loro argomentare sembra che il problema di Dio sia quello per loro più interessante, o almeno coinvolgente). Dall’altro – ed è l’aspetto francamente più triste – ci si trova di fronte a una sgradevole sorta di disprezzo per chi crede. Oh, un disprezzo di natura intellettuale, una riconosciuta incapacità a ragionare imputata all’interlocutore, la ritenuta e conclamata corresponsabilità del credente in tutto il male (vero o presunto) che nella storia le religioni avrebbero commesso. Quando parli con questi atei (che il più delle volte si definiscono tolleranti, razionali, dialoganti…) se ascolti i loro ragionamenti, ti accorgi che non prendono mai in seria considerazione quello che affermi, seguono sempre lo schema che si sono fatti su di te, schema questo che nessuna dimostrazione potrà mai smentire. Che siano proprio loro i veri «dogmatici»?
Mi è accaduto di pensare a queste cose leggendo la relazione di quanto il prof. Veronesi ha detto in una trasmissione televisiva a proposito di chi crede (Sky Tg24 Pomeriggio 4 febbraio 2010). [
http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/02/04/umberto_veronesi_scienza_fede_10.html]
Mi spiace per la sua esperienza, per i suoi rosari recitati fino a 14 anni. Mi spiace tanto più perché anch’io ho avuto una famiglia, un papà in particolare, molto religioso, ma che, proprio per questo, mi ha sempre testimoniato un rispetto direi “esagerato” per la libertà, e una passione sconfinata per la ragione (e la bellezza). È da lui – presidente diocesano dell’Azione Cattolica – che ho ricevuto in dono la prima copia dei Dialoghi sopra i massimi sistemi di Galileo.
Tra uomini è necessario sempre ricominciare ad incontrarsi e dialogare, ed ogni dialogo ha sempre come prima condizione oltre che l’amore per la verità («Amicus Plato, sed magis amica veritas») il rispetto per l’interlocutore, al punto che così Giovanni Paolo II descriveva l’atteggiamento missionario: «L’atteggiamento missionario inizia sempre con un sentimento di profonda stima di fronte a ciò che «c’è in ogni uomo», per ciò che egli stesso, nell’intimo del suo spirito, ha elaborato riguardo ai problemi più profondi e più importanti; si tratta di rispetto per tutto ciò che in lui ha operato lo Spirito, che «soffia dove vuole». La missione non è mai una distruzione, ma è una riassunzione di valori e una nuova costruzione, anche se nella pratica non sempre vi è stata piena corrispondenza a un ideale così elevato».
Caro Professore, lasci allora che un po’ di dubbio la investa nel modo di considerare chi crede. Chissà perché questo suo “ricercare la verità”, aperto al “dubbio” non possa riguardare anche la posizione di chi ha posizioni di fede? Forse il vero “integralista” è proprio lei, davanti al fenomeno religioso, l’unico che non può mai godere del beneficio del dubbio, condannato sempre senza sconti ad essere superato da una scienza che aprirà agli uomini tutti gli spazi della verità.
Caro Professore, un pizzico di umiltà e di sano realismo forse saranno salutari. Quella umiltà e realismo che le sono così necessari nell’esercizio della sua così importante ed imponente professione a difesa della salute dell’uomo.
Quella umiltà e realismo che le faranno vedere che il confine non è tra ragione e fede, scienza e integralismo, ma passa attraverso il cuore degli uomini, per cui ci sono stati tanti credenti realmente scienziati e tanti non credenti realmente integralisti. Non si tratta tanto di alzare steccati, o di lanciare anacronistiche accuse, ma di fare propria la grande lezione di Agostino di Ippona: «Intellectum valde ama» [Ep 120, 3, 13] Ama molto il comprendere!
Autore: Mangiarotti, Don Gabriele
22:15
Scritto da: arch-ivo
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venerdì, 26 febbraio 2010
GUERRA SANTA ALLA DEMOCRAZIA. E AI ''SOPISTI'' OCCIDENTALI
Questo è uno di quegli argomenti per cui un blog non è abbastanza funzionale. E poi vorrei disporre di due colonne per parafrasare tutto il discorso di Gheddafi. Cercherò di arrangiarmi e cercherò di non divagare andando al punto, ''punto per punto'', confidando nell'attenzione nei vari passaggi.
Per l'Islam l'''accusa di apostasia'' non equivale alla scomunica dei tempi nostri nella Chiesa cattolica, ma è peggio della scomunica cristiana del medioevo. Al ''reato'' di apostasia DEVE corrispondere una reazione punitiva ad ampio raggio e senza confini di diritto e condizioni da parte di ogni musulmano, che individualmente o come comunità, viene legittimato a compiere il volere di Allah secondo il Corano e a organizzarsi in varie forme per dare compimento al proclama. Quindi è una chiamata generale in cui viene ''responsabilizzato'' ogni musulmano. Responsabilizzato, cioè caricato di una responsabilità e una missione che lo renda gradito all'Islam e in ultima analisi ad Allah. Quindi chi proclama la Jihad per apostasia CONOSCE quello che dice, RIFLETTE bene quello che dice e deve essere ''legittimato'' a proferire certe parole.
Gheddafi conferma questa mia analisi nel passaggio successivo ''la jihad deve essere proclamata con ogni mezzo''
Il discorso viene proclamato nella festa della nascita di Maometto, come se in poche parole il Papa o un cardinale durante la notte di Natale in San Pietro condannasse a morte l'Olanda miscredente o l'Arabia che non permette di costruire chiese. E questa è una riflessione importante per comprendere la dimensione della ''religiosità'', il concetto di religione e società secondo l'Islam.
Più in la c'è la conferma della legittimazione che Gheddafi sente di avere o sa benissimo di avere o meglio gli è stata assicurata nei giorni precedenti: ''la jihad contro la Svizzera, contro il sionismo, contro l’aggressione estera (...), non è terrorismo''
Attenzione, qui non si discute sul significato di aggressione, perchè viene intesa aggressione qualunque ''resistenza'' all'arroganza islamica o qualsiasi mancata sottomissione al volere di Allah secondo l'intermediazione dei suoi rappresentanti.
E qui veniamo più specificamente al tema Gheddafi. Come tutte le religioni, e forse di più, l'Islam viene strumentalizzato a fini politici. Come dice qualcuno nei commenti, Gheddafi sa benissimo cosa può produrre una guerra senza confini su basi ideologiche. Attenzione, non ho mai parlato di armi, per ora. Peggio...
'''Qualunque musulmano nel mondo che tratta con la Svizzera è un infedele ed è contro l’islam, contro Maometto, contro Dio, contro il Corano»'''
L'Islam è forte dell'orgoglio dei suoi fedeli, non concepisce l'idea occidentale della fede interiore che non va espressa per decenza neo-bigotta, ma è forte della identità, conosce bene l'antropologia e la storia, è conscio dell'affermazione certa di una identità forte su scala mondiale.
E chi avesse dubbi su quello che sto esprimendo, badi bene che Gheddafi si è espresso ''parlando in veste di capo del Commando popolare islamico internazionale''.
Ecco che il passaggio alle armi è breve, ma non in questo proclama , perchè questo pone soltanto un traguardo al piano partito dagli anni settanta dei fratelli musulmani. Una tappa, verso lo scoramento di ogni dialogo, verso l'annichilimento di una cultura ''nemica'' e con il solo uso demografico e propagandistico basato sulla forte identità e la concezione giuridica degli Stati su base coranica. In Svizzera non doveva esserci quel risultato per i minareti? No, non doveva esserci proprio discussione democratica. Solo questo costituisce un affronto e UN PRETESTO. Insomma, mentre noi parliamo di integrazione, di dialogo interreligioso e interculturale, questi signori si fanno delle grasse risate sotto le tende (anche in Roma), dentro i palazzi. E la cosa che più sfugge, è che la maggior parte dei musulmani è orgogliosa di avere questi punti di riferimento e si aggiorna quotidianamente sui progressi di una piano che vede lo scontro di civiltà nelle proprie basi, addebitandolo intelligentemente alla società che orgnanizza forum e convegni, per fare del dialogo un principio. Non fa una piega.
Altrimenti si facciano avanti i signori che hanno manifestato sul sagrato del Duomo di Milano, sia facciano avanti per far sentire la loro voce i milioni di musulmani che abitano e straabitano le nostre città europee, facciano rumore le associazioni islamiche tanto attive per eliminare i nostri simboli. Lo dico ai relativisti e ai ''sopisti'' (neologismo personale) culturali, dov'è il rumore verso l'arroganza dell'universo islamico verso la nostra visione di civiltà e le scelte democratiche degli Stati europei. Dicevo in un commento, si proceda per compartimenti stagni, l'immigrazione non c'entra, c'entra stabilire delle linee chiare su cosa si intende per integrazione, quali sono i valori e principi democratici su cui muoverso per conseguire l'integrazione, e infine CHI NON VUOLE L'INTEGRAZIONE e lo dichiara con il proprio silenzio nei momenti in cui dovrebbe urlare e nel rumore mentre dovrebbe tacere e riflettere e comprendere. Perchè non può una comunità comprendere chi non vuole essere compreso, ma sottomettere, sia su base statale, soprattutto su base universale.
18:03
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giovedì, 25 febbraio 2010
Gheddafi: «Guerra santa contro
«Miscredente» e «apostata» per aver l’approvato il referendum costruire minareti nel paese elvetico
MILANO - Il colonnello libico Muammar Gheddafi ha invitato alla Jihad (la guerra santa, ndr) contro la Svizzera, da lui definita «miscredente» e «apostata», dopo l’approvazione del divieto di costruire minareti nel paese elvetico.
IL DISCORSO - «È contro la Svizzera miscredente e apostata che distrugge le case di Allah che la jihad deve essere proclamata con ogni mezzo», ha dichiarato il colonnello Gheddafi in un discorso a Bengasi, nell’est della Libia, in occasione della Festa del «Mouloud», che commemora la nascita del profeta Maometto. Per il numero uno libico, «la jihad contro la Svizzera, contro il sionismo, contro l’aggressione estera (...), non è terrorismo». «Qualunque musulmano nel mondo che tratta con la Svizzera è un infedele ed è contro l’islam, contro Maometto, contro Dio, contro il Corano», ha aggiunto il leader di Tripoli davanti a migliaia di persone. Boicottate la Svizzera: boicottate i suoi prodotti, boicottate i loro aerei, le loro navi, le loro ambasciate, boicottate questa razza miscredente, apostata, che aggredisce la case di Allah», ha insistito Gheddafi, parlando in veste di capo del Commando popolare islamico internazionale, ente da lui creato nel 1991.
LA CRISI - Sulle dichiarazioni del leader libico, un portavoce del ministero svizzero degli Affari esteri non ha voluto rilasciare commenti. Le relazioni tra Tripoli e Berna sono tesissime dopo l’arresto a luglio 2008 a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, arrestato a Ginevra con l’accusa di aver maltrattato i suoi domestici. L'episodio ha scatenato una serie di ritorsioni a catena. La Svizzera lo scorso autunno ha inserito nella lista nera di Schengen i nomi di 188 alti dirigenti libici, tra cui anche quello del colonnello Muammar Gheddafi, inasprendo la crisi. Poco dopo le autorità libiche hanno arrestato due imprenditori svizzeri, di cui uno, Max Goeldi, è ancora detenuto in Libia. L’intervento «delirante» di Gheddafi avviene mentre proseguono le trattative tra i due paesi per la sua liberazione. Il 29 novembre scorso gli svizzeri hanno votato a larga maggioranza (57,5%) per vietare la costruzione di nuovi minareti, in un referendum promosso dalla destra populista.
DIRITTO DI USARE SCHENGEN - Intanto la Svizzera si è difesa giovedì dall’accusa di aver usato l’accordo di Schengen a fini politici, per risolvere la sua controversia con la Libia. «Noi siamo membri dello spazio Schengen e come ogni altro membro noi abbiamo il diritto di applicare queste disposizioni», ha detto il ministro della Giustizia svizzero Eveline Widemer-Schlumpf al termine di una riunione a Bruxelles con il ministri degli Interni dei Ventisette membri dell’Unione Europea. Widemer-Schlumpf si è in particolare difesa dalle accuse lanciate dal ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, il quale poco prima aveva detto ai giornalisti che non si può usare questo strumento di cooperazione internazionale «per risolvere controversie bilaterali come quella tra Berna e Tripoli».
Corriere.it
La città europea più pericolosa per un ebreo? Malmö, in Svezia
Stoccolma. La columnist del Jerusalem Post Caroline Glick, in un suo recente articolo, ha scritto che “Malmö è uno dei posti più pericolosi in Europa per gli ebrei”. Affermazione recisa che registra il crescente disagio delle circa 700 persone che compongono la piccola comunità ebraica della terza città svedese. Al punto che alcuni hanno deciso di traslocare. Eppure la Svezia è stata nel Novecento uno dei luoghi più accoglienti per gli ebrei, che sono circa 20 mila in tutto il paese. Molti di essi si rifugiarono nello stato scandinavo in fuga dal Terzo Reich e durante la guerra la quasi totalità degli ebrei danesi trovarono un porto sicuro in Svezia insieme con migliaia di correligionari provenienti da altri paesi. In seguito arrivarono altri gruppi dall’Europa dell’est. Ora però qualcosa si è incrinato. E non soltanto in seguito alla querelle dell’estate scorsa, nata da un articolo pubblicato dal quotidiano svedese Aftonbladet, in cui si insinuava il sospetto che per torbidi fini gli israeliani espiantassero organi ai palestinesi morti sotto la loro custodia. La situazione più preoccupante è quella di Malmö, città in cui un terzo dei circa 270 mila abitanti è di origine straniera (e un quinto è musulmano) e in cui sembra essere andato in tilt il modello scandinavo di convivenza. Nel 2009 la polizia ha registrato 79 atti riconducibili all’antisemitismo, il doppio rispetto all’anno precedente. Si sono verificate profanazioni di cimiteri, una cappella-sinagoga è stata bersaglio di bombe molotov, sono apparse svastiche e scritte inneggianti a Hitler e alcuni raccontano che non sia più una rarità essere apostrofati con un “jävla jude”, “maledetto ebreo”. Ma più che con gli estremisti islamici e con i neonazisti che peraltro, pur condividendo l’antisemitismo con i fan del jihad, manifestano odio anche nei confronti dei musulmani, i cittadini di fede ebraica di Malmö sono indignati con la sinistra anti israeliana e con il sindaco socialdemocratico Ilmar Reepalu, che amministra la città dal 1994. La situazione è peggiorata a partire dall’operazione Piombo Fuso lanciata da Israele tra 2008 e 2009 contro le roccaforti di Hamas nella Striscia di Gaza. Allora, il sindaco Reepalu sostenne che gli ebrei di Malmö, per non essere vittima dell’evidente diffondersi del risentimento nei loro confronti a causa delle azioni militari di Gerusalemme, avrebbero dovuto condannare la politica israeliana. In altre parole, diede a intendere che, con la sua mancata presa di distanze da Israele, la comunità ebraica di Malmö se l’era un po’ andata a cercare. Poi nel marzo scorso il comune ha deciso, per ragioni di ordine pubblico, di far giocare a porte chiuse un incontro Svezia- Israele di Coppa Davis (la Federazione internazionale tennis ha poi squalificato il campo di Malmö per cinque anni). E da ultimo Reepalu ha approfittato della Giornata della Memoria per dichiarare che nella sua città “non sono accettabili né l’antisemitismo né il sionismo”, in quanto si tratta di “due estremismi”. L’equiparazione ha fatto infuriare la comunità ebraica. L’ottantaseienne Judith Popinski, superstite di Auschwitz che vive a Malmö dal 1945, ha raccontato al Sunday Telegraph l’accoglienza sempre più fredda che riceve nelle scuole quando racconta l’esperienza nei lager nazisti. E su The Local, sito di news in lingua inglese, Fredrik Sieradzki della comunità ebraica della città racconta che “molte giovani famiglie di ebrei stanno decidendo di lasciare la città”. Fra loro c’è il trentaduenne Marcus Eilenberg, la cui storia è stata raccontata dal quotidiano Skanska Dagbladet. Gli antenati materni di Eilenberg vivono a Malmö dall’Ottocento, ma ora Marcus non vede un futuro tranquillo né lì né a Stoccolma. Ha pensato di trasferirsi nella capitale, ma poi ha rinunciato perché pensa “che fra cinque anni anche a Stoccolma la situazione sarà cattiva come a Malmö”. Andrà in Israele. Non senza rammarico: “Immaginare che la mia famiglia non possa sentirsi sicura nella fantastica Svezia… E’ davvero terribile”. Si stima che ben 30 famiglie di ebrei di Malmö stiano facendo, o abbiano già fatto, la stessa scelta.
Il Foglio 25.02.2010
16:02
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martedì, 23 febbraio 2010
La «papessa» protestante ubriaca
E' il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover
Germania, la «papessa» protestante ubriaca al volante passa con il rosso
Margot Kässmann aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue:«Sono sconvolta per quello che ho fatto»
BERLINO - Guidava ubriaca con l'auto di servizio ed ha bruciato un semaforo. Responsabile delle due gravi infrazioni è il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover, Margot Kässmann, 51 anni, divorziata e madre di 4 figli, fermata dagli agenti nel centro della capitale della Bassa Sassonia sabato notte alle 23. Il quotidiano Bild rivela che una pattuglia della polizia ha fermato la «Papessa» dopo averla vista passare con il rosso ad un semaforo, poi mentre stavano procedendo al controllo dei documenti gli agenti hanno avvertito nell'alito della signora un forte odore di alcol. La prova dell'etilometro ha subito rivelato che la «Papessa» aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue, ciò che ha provocato l'immediato ritiro della patente ed una denuncia per guida in stato di ebbrezza alcolica.
«GRAVE ERRORE» - Il procuratore di Hannover, Juergen Lendeckel ha spiegato martedì mattina che «il valore di 1,1 grammi di alcol è la soglia a partire dalla quale c'è l'assoluta incapacità di guida e scatta la denuncia penale». Anja Glaeser, della polizia di Hannover, ha confermato l'avvio della denuncia nei confronti della signora Kaessmann, che rischia il ritiro definitivo della patente. Sarà infatti una speciale commissione a decidere se la «Papessa» sarà ammessa ad effettuare un esame medico-psicologico, definito popolarmente in Germania «Idiotentest», necessario per il rilascio del nuovo documento di guida. «Sono sconvolta per quello che ho fatto e so di aver commesso un grave errore», ha affermato la signora Kässmann, aggiungendo di essere «consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile guidare in stato di ebbrezza alcolica. Sono naturalmente pronta ad assumermi le conseguenze penali dell'accaduto». L'associazione delle Chiese protestanti ha preferito per il momento non commentare il fatto. (Fonte: Agi)
23 febbraio 2010
22:48
Scritto da: arch-ivo
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India: ritratto blasfemo di Gesù
RAFFIGURATO CON BOTTIGLIA DI BIRRA E SIGARETTA in mano
Scontri e chiese distrutte [...] il ritratto è stato esposto per le vie delle città di Jalandhar e Batala.
Violenti scontri sono scoppiati in vari stati dell'India e due chiese protestanti sono state incendiate e rase al suolo, in seguito della diffusione, prima sulle pagine di un libro per le scuole elementari e poi su altri media, di un ritratto blasfemo di Gesù, raffigurato con una bottiglia di birra e una sigaretta in mano. Lo riferisce l'agenzia vaticana Fides, citando fonti locali. I cristiani avevano ottenuto la rimozione dell'immagine scatenando la violenza degli estremisti induisti. La protesta - precisa la Fides - ha infiammato soprattutto il Punjab, nel nordovest dell'India, dove il ritratto è stato esposto per le vie delle città di Jalandhar e Batala.
LA VICENDA - Alcuni giovani cristiani sarebbero stati coinvolti in una rissa per aver tentato di rimuovere le immagini esposte in un mercato, venendo aggrediti da un gruppo di estremisti indù. La violenza si è poi estesa all'intera città. Esponenti dei movimenti estremisti indù sono scesi in strada armati e hanno incitato alla violenza contro i cristiani. Due chiese protestanti sono state attaccate, incendiate e rase al suolo. I pastori che ne erano responsabili sono stati aggrediti e percossi, e le loro case saccheggiate. All'origine delle tensioni, l'immagine blasfema riprodotta su un libro per le scuole elementari edito dalla Skyline Publications a New Delhi e adottato nelle scuole indiane: un Gesù Cristo con birra e sigaretta, qualificato come un «idolo». Se ne erano accorte alcune suore cattoliche di Shillong, nello Stato di Meghalaya, nel nordest, chiedendo subito alle autorità competenti il ritiro del testo dalle scuole. Richiesta subito accolta dal governo dello Stato ma non ben accetta agli estremisti che hanno affisso l'immagine nella pubblica via. Al termine degli scontri - riferisce ancora la Fides - alcuni cristiani accusati di essere coinvolti negli scontri sono stati fermati dalla polizia, mentre nessun estremista indù è stato arrestato.
IL LIBRO - Ampareen Lyngdoh, ministro dell’Educazione di Meghalaya, nel nord est del Paese, ha condannato la scelta fatta dall’editore e si è detta «sgomenta» per l’immagine data di Cristo su un testo destinato all’educazione di giovani alunni. Lyngdoh ha fatto sapere che tutte le copie del libro incriminato sono state ritirate dalle scuole e dalle librerie dello Stato. Il controverso testo è stato pubblicato da un editore di Nuova Delhi ed è stato adottato da una serie di istituti privati a Meghalaya, dove il 70% della popolazione (2,32 milioni) è di religione cristiana. In totale circa il 2% della popolazione indiana è cristiana. (Fonte: Ansa)
21:50
Scritto da: arch-ivo
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domenica, 21 febbraio 2010
«La Corte rispetti le tradizioni»
16:14
Scritto da: arch-ivo
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CRISTIANOFOBIA nei paesi musulmani
Dal FOGLIO del 20/02/2010, a pag. 2, con il titolo " Cristianofobia " l'analisi di Giulio Meotti sui cristiani nei paesi musulmani, partendo dalla pubblicazione del libro di René Guitton, pubblicato dall'editore Lindau.

Ieri artefici del progresso e costruttori di civiltà in tutto il mondo arabo islamico, oggi povere masse scacciate, depredate e decimate.
15:21
Scritto da: arch-ivo
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sabato, 20 febbraio 2010
Il Governo mondiale si avvicina
di Ida Magli
Italiani Liberi | 10/11/2009
Anche la Borsa ha gli “invisibili”. E’ questo il sorprendente titolo apparso in prima pagina sul Corriere Economia del 26 ottobre. scorso.
01:04
Scritto da: arch-ivo
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Dovevamo aiutarli a casa loro
di Ida Magli
Il Giornale | 09/01/2010
La prima domanda è questa: possibile che gli italiani non siano capaci di raccogliere pomodori, aranci o mandarini?
00:51
Scritto da: arch-ivo
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venerdì, 19 febbraio 2010
La Madonna sconvolge gli intellettuali
Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.
Una delle quali – non ancora riconosciuta perché la Chiesa esige lunghe verifiche medico-scientifiche – è stata resa nota l’agosto scorso:
10:42
Scritto da: arch-ivo
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